G.A.M.

Gruppo Amici della Montagna
Verona



09-10 OTTOBRE 2010 – A NIGHT IN THE PRETA di Andrea Barbierato

L’uscita costituisce anche una rivalsa per quella mancata solo qualche settimana prima, allorché le condizioni meteo già proibitive e tendenti al peggio, quando già eravamo sull’orlo del leggendario 131, ci avevano sì costretto a desistere ma pure ci avevano fatto nascere un tacito giuramento: stavamo arrivando!
Chiaramente questo mio breve scritto non può avere alcuna velleità di raccontare qualcosa di nuovo o comunque di imperdibile sulla signora Preta. Semplicemente è la memoria della piccola grande avventura di 5 speleo che riscoprono, pendolanti da una corda sul nero assoluto od incastrati in un meandro, che questo è uno dei modi per condividere ciò che si è, per riconoscersi, per diventare amici, per apprezzare che esiste almeno un motivo, od un motivo in più, per fare speleologia, per scovare e giocarsi qualche carta, scomoda, indelebile, affascinante.
Ebbene, alle 18 si ritrovano con il sottoscritto al soleggiato bar di Fosse i seguenti altri pazzi: lo zio Albi, il grande Marco Casali, l’ottimo Alessandro Battisti e la coraggiosa Marta Baù, come me novella di questo abisso che storicamente è una delle più famose grotte non turistiche al mondo. C’è pure Giorgio Annichini, che altri impegni purtroppo ci sottraggono nella discesa ma non nella compagnia durante i nostri preparativi, addirittura fino all’ingresso del tunnel diretto al centro della terra.
Ed al termine dei preparativi… la discesa!
Esiste nell’ambiente della Preta un insieme di tratti, di svariata natura, che lo rendono speciale, quasi magico, sicuramente unico. Mi riferisco ai prati ed al piccolo bosco, al laghetto, alla malga ed alla chiesetta, all’inconfondibile recinto di pietra e poi a quegli alberi che se ne stanno alla brezza, piantati in punti impossibili, dove la terra già non è più orizzontale, sospesi sul nulla, affacciati dai bordi della dolina sul regno dei pipistrelli.
L’imboccatura è davvero impressionante, per il diametro ma anche per l’altezza giacché, prima di arrivare al frazionamento, si scende per parecchi metri, pur se non si nota a causa della maestosità dell’entrata che ci fa sembrare ancora fuori.
E poi, arrivati al frazionamento, si entra veramente nell’ambiente. Lì la grotta scampana, lì ci si trova improvvisamente a parecchi metri di distanza anche dalla parete più vicina, lì cambiano luce, temperatura, umidità, i suoni soprattutto, quelli immancabili e così forti non tanto dell’acqua sulla roccia quanto dei pipistrelli che riempiono il nulla assoluto.
La discesa appare a me, l’ultimo degli speleo, come qualcosa di infinito: all’inizio non mi muovo proprio, su decine di metri di corda che rendono difficile anche fare la chiave, ma poi comincio a scendere, continuo a dare corda al discensore, scendo per 5 minuti interi eppure nulla cambia e poi per altri 5 ed ancora… finché la discesa accelera… Fortunatamente lo zio Albi mi ha insegnato ad aggiungere un mosco sopra al discensore per dare più attrito, altrimenti negli ultimi 40 metri mi sarei trasformato in una freccia, mentre così è placidamente che sulla base del 131, pur atterrito, atterro.
Dopo qualche pozzetto intermedio arriviamo alla testa del grandioso 108, che invece si scende a ridosso della parete a mezzo di 5-6 frazionamenti e che pare stampato artificialmente, tanto è regolare nella conformazione.
A questo punto io e Marco decidiamo che per noi l’avventura sta bene così com’è, lasciamo un emozionato arrivederci ai compagni diretti a sala Cargnel e con calma iniziamo a risalire.
Non si rivela una passeggiata la salita del 108. In uno dei frazionamenti il croll non vuole saperne di far uscire la corda che scende e mi si rivela assai prezioso il consiglio di Marco, appeso una quarantina di metri sopra, di utilizzare la longe lunga sul mailon rapid per guadagnare qualche centimetro. D’altronde era stato lui a farmi notare, quando l’ho conosciuto, che nell’asola della maniglia ci può stare anche una longe lunga…
Arriviamo infine alla testa del 108 quando mi sento piuttosto cotto, anche nella prospettiva di ciò che ancora ci attende. Pure in questa occasione apprezzo Marco, che mi fa coprire e mi mette a mio agio mentre recupero dal calo di zuccheri e mi preparo a ripartire.
Posso affermare, peraltro, che la salita del 131, pur inevitabilmente lenta ed all’inizio caratterizzata da forti rimbalzi, mi si rivela meno dura di quanto la temessi. I problemi erano in agguato invece per Marco, a cui in salita addirittura continua ad aprirsi il croll ed al quale poco giova l’utilizzo di alcuni moschettoni per tenersi più verticale possibile. Per lui è solo una grande seccatura, se succedesse a me riempirei il pozzo di metano allo stato solido.
Comunque prima delle 3,30 siamo fuori, posso squarciare la notte degli animali al pascolo sui prati del Corno d’Aquilio con un urlo liberatorio e contemplare uno stellato favoloso, con Orione già alto in cielo e Giove dalla parte opposta, ad ovest, ormai prossimo al tramonto.
I compagni usciranno esausti ma colmi del sapore d’avventura dopo le 7, a cielo chiaro, mentre noi li aspettiamo al fuoco ristoratore del caminetto che infine riusciamo a far partire, sorseggiando il caffè della notte e dell’alba dentro i 4 muri che con grande umanità il malgaro “Augusto” ci ha concesso.
Mi riguardo le foto e ci aggiungo quella della mia scarpa: sì, avevo dimenticato le calzature da grotta, ho portato un paio di scarpe da ginnastica a visitare la base del 108!
Cosa mi rimane? Una cosa importante che mi mancava e che ora c’è, il consolidamento dell’amicizia con i compagni e molto altro… Non si pone l’obbligo di apprezzare la Preta nemmeno per gli speleo, c’è qualcuno che finge di non desiderarla ma esiste una moltitudine di fior di speleo che sinceramente non ne sono interessati. Io penso invece, ancor più dopo esserci stato, che sia una grotta dal fascino unico, con caratteristiche altrove assenti e che per qualsiasi speleo, fuoriclasse o scalcinato, esista un prima ed un dopo Preta.
Abbraccio tutti e torno in città dove mi aspettano i 3 bambini, stranamente non sono stanco, mi sento solo un po’ ammaccato e come se avessi l’imbrago ai fianchi pur avendolo tolto da qualche ora. Ancora per un po’ non mi manca assolutamente nulla ma poi arriva il tramonto e… vorrei tanto tornare!

Andrea B.





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