G.A.M.

Gruppo Amici della Montagna
Verona



31 dicembre 2008 - Ultimo dell'anno 2008

Perché ti chiedi, spesso, con sommo ed inaudito patimento, perché io…perché proprio a me…era con l’intento di dare una risposta a questa eterna domanda, o forse semplicemente vederla rovinare a valle, che avevo deciso di passare il mio ultimo dell’anno al Fraccaroli…volevo assistere dall’alto, da solo, con il sincero abbraccio del vento gelido d’alta quota, al fasullo esplodere di gioia del mondo ai miei piedi…volevo trovarmi li, seduto, nascosto, a battere i denti, per conto mio e piangere lacrime vere senza nessuno che mi potesse giudicare, volevo sentirle scendere sulle mie guance, sentirle scorrere, raccoglierle dalla pelle gelata e gettarle lontano, oltre il ricordo. Lo avrei fatto volentieri, ponderavo la pericolosità di essere da solo, ma avrei raggiunto volentieri quel posto, che mi avrebbe dato la possibilità di venire travolto dall’esplosione di vita che ci sarebbe stata allo scoccare della mezzanotte, trastullandomi del fatto di non sentirmi coinvolto.
Quasi mi dette fastidio quando appresi che anche Giorgio aveva avuto la mia stessa idea, probabilmente non per i miei stessi motivi, ma lo stesso mi irritava il fatto di non avere l’esclusiva sulla decisione.
Aveva deciso di andare sul Corno, un avvicinamento meno proibitivo e soprattutto una delle poche zone della Lessinia che in quel periodo godeva di immunità dal punto di vista delle slavine.
In effetti la mia meta risultava alquanto problematica dopo le ultime forti nevicate. Ricordo ancora quando qualche mese prima, saliti in una notte di stelle accese anche per noi, avevamo faticato non poco a raggiungere il rifugio, ricordo ancora il ghiaccio duro e irregolare sulla pista, il freddo intenso (-18), il vento prepotente e irriverente…
Forse anche per questo ho deciso di togliermi di dosso i vesti logori di solitudine richiesta e con un po’ più di pace nel cuore, mi sono accordato con Giorgio per passare l’ultimo insieme…avrei guardato il mondo da più in basso, ne avrei avvertito forse di più l’odore, il rumore, ma avrei anche avuto la possibilità di affogare la mia voglia di vuoto, riempiendola con la compagnia di un amico.
Ecco perché la sera del trentuno, siamo insieme in macchina verso il paese di fosse, come tante altre volte. Si era deciso di cenare nella pizzeria del paese, posto civile certo, ma anche abbastanza montanaro, da non fare troppo caso al nostro abbigliamento prettamente da escursione.
Entrati abbiamo subito percepito che anche in quel posto, un giorno così particolare aveva lasciato il segno, era ovvio che eravamo gli unici nel locale a portare ai piedi degli scarponi, se ne accorse per prima la padrona, che allungando il collo verso questi due foresti cercava di capire come risolvere, col minor danno possibile, il nuovo problema che gli si parava di fronte!
Capito che volevamo solo mangiare una pizza ed andarcene, fatto ben presente che il tavolo che ci dava era libero fino alle ventuno, decidemmo, cosa potevamo fare tra l’altro, che un’ora per mangiare una pizza e buttar giù una birra media poteva andare benissimo.
Ora scatta la situazione comica di tutta la serata in pizzeria, perché siamo finiti sistemati nell’angolino lontano di una sala enorme, completamente vuota, in un tavolino da due.
Ora ve li vedete due omoni puzzoni e scorreggioni appartati in un tavolino piccolo piccolo come due piccioncini alle prime effusioni, io faccio ancora fatica a credere di essermi trovato in quella situazione, ma con il senno di poi era carino ipotizzare cosa stessero pensando le varie famigliole, che, minuto dopo minuto prendevano posto nei tavoli vicino ai nostri!
A noi, sostanzialmente faceva sorridere e appariva solo come una altra cosa bislacca da raccontare.
Una cosa molto più bella ed appagante stava invece accadendo fuori, nel piazzale, sui tetti del paese e su tutti i prati che lo circondano, si era depositato il primo cristallo di neve…
Magico è stato all’uscita, quando felici dentro, quanto emozionati fuori, abbiamo capito che quello che stava scendendo da un cupo cielo di dicembre, sarebbe resistito a lungo e non si sarebbe fermato tanto presto!
La cosa non ci terrorizzo di certo, non ci passò mai per la testa che forse stavamo facendo una puttanata, ma solo che eravamo dei fuori di cranio esagerati!
Faceva fresco su quel piazzale, mentre con il naso verso l’alto già sognavamo, sentivamo che una piccola avventura stava cominciando, che una carrellata di emozioni, ci avrebbe accompagnati felice fino al giorno seguente. Con questo spirito siamo saliti in macchina, con questa follia nel cuore abbiamo affrontato la strada che portava alla partenza del sentiero. Con questa irresponsabilità, ci apprestavamo ad affondare i nostri scarponi emotivi nella neve candita della nostra esuberanza.
Parcheggiando la macchina su all’ultima contrada, sotto la luce anomala di un lampione, abbiamo preparato le nostre cose, indossato indumenti pesanti, ci siamo caricati dei nostri zaini stracolmi e dato spettacolo per dieci minuti, a delle coppiette che dalla finestra di una casa vicino, osservavano questi due strani e anomali individui. Lì ebbi la sensazione che entrambi eravamo in pace con noi stessi, pur essendo in situazioni estremamente diverse, noi e loro stavamo facendo quello che avevamo sentito di fare, senza disturbare nessuno, senza pretendere di cambiare qualcuno o qualcosa, solo seguendo quello che era stato il richiamo chiaro e nitido di quel momento. Il mondo mi sembrò di colpo più vicino.
Ci fu qualche foto, la neve intanto si depositava su di noi come su tutto il resto, cominciammo a camminare, lenti, senza fretta, con l’immacolata certezza che le nostre orme quella notte sarebbero state le prime, le assolute prime, per poi sparire qualche ora dopo, ricoperte da una neve minuziosa, come se orme non fossero mai state…
Il sentiero non faticò a farsi trovare, neve si depositava su altra neve, le ciaspole affondavano quel tanto che basta, per farti capire che avevi fatto bene ad indossarle, i passi lenti, il rumore sordo sotto il tuo peso, il silenzio del bosco che stai percorrendo..tutto si svolse così, misteriosamente appagante, passo dopo passo, metro dopo metro, non stavamo solo salendo verso il nostro riparo per la notte, ci stavamo scavando dentro.
All’uscita del bosco, praticamente in cima, il vento ci venne a trovare, si sentiva che era stanco di giocare con la neve ghiacciata che si depositava in cumoli, era annoiato di scherzare con gli alberi che sapevano solo dondolare di qua e di la, ci venne a salutare, come un grosso buonissimo cane che vuole solo giocare, ma che con il suo peso ti fa cadere a terra. In quei momenti, quando gioco a fare l’esploratore, godo, negli occhi che si chiudono a fessura, nella pelle del viso che riceve questi aghi gelati e sopporta, nel chinarsi leggermente in avanti per bilanciare le spinta del vento, del fretto che ti attanaglia, che ti serra le gambe, te le congela e ti porta in una condizione di limbo.
La meta non è certo lontana, ma siamo, si può certo dirlo, in una bufera di neve, si vede poco, e quel poco che vediamo non da riferimenti, inoltre alzare lo sguardo costa fatica, ed il vento impetuoso questo lo sa. Saliamo e scendiamo un po’ a casaccio per i prati coperti del Corno, in cerca della grotta del Ciabattino, una vecchia ghiacciaia naturale in disuso. Curioso che una ghiacciaia sia il nostro rifugio per la notte, ma così è stato. Girovagando per alcuni minuti con la consapevolezza di sapere dove stiamo cercando, riusciamo a trovare l’ingresso, nascosto dal buio e dalla neve, mi fermo, ho davanti l’apertura, leggermente in discesa, piccola, insignificante e nera, in netto contrasto con il demonio bianco che si sta scatenando fuori.
Lentamente mi avvicino, i cumuli di neve sono abbondanti, ci stupiamo della quantità osservando il cartello quasi coperto che reca il nome del posto. Mano a mano che entro la neve diventa ghiaccio, che come un guanto protettivo avvolge il pavimento di pietra, in forse neanche tre metri, passo da una condizione di caos in movimento convulso, ad uno stato di calma assoluta, eterna, immutata.
Mi sembra di essere Ali Babà all’interno della sua caverna, e i tesori celati sono questi arazzi di ghiaccio che scendo dal soffitto o che dal pavimento si innalzano, questa antica chimica, che riflette e rifrange la luce delle nostre moderne lampade.
Ci arrestiamo un secondo, un po’ per rimettere ordine alle idee, un po’ per capire che da qui ne usciremo domani mattina.
Depositiamo gli zaini e cerchiamo un posto adatto per metterci la tenda, abbastanza spianato da non doverci imbragare per poter dormire, come quella volta a Torremolinos, abbastanza lontani dalle punte ben acuminate che scendono dal soffitto. Le nostre movenze sono calme e rilassate, lentamente approntiamo questa specie di campo base, i teli distesi, la tenda posizionata, i sacchi a pelo srotolati e le varie vettovaglie ben distribuite. E per non far credere che noi siamo dei buzzurri cavernicoli, la bottiglia di spumante è accompagnata da due calici di circostanza!
E’ così, fra un morso al panino e una cazzata, fra una bevuta di birra ed una risata, neanche ci accorgiamo che la mezzanotte è passata da quattro minuti. Probabilmente gli unici a Verona in quella mezz’ora ad non sentire il rumore dei botti!
Non importa, si stappa e si brinda con gioia, il countdown dei tempi passati è superato dalla consapevolezza che la vita prosegue comunque, si scherza fra di noi, un po’ ci chiediamo perché siamo qui, veri, e non laggiù, forse più falsi. Si scherza del fatto che qui non manca proprio nulla in fondo, magari forse due fanciulle, ma quale donzella si sentirebbe a proprio agio in una situazione del genere. Conveniamo che se ce ne capiteranno un paio così, non ce le faremo di certo scappare e con queste speranze, propongo di fare almeno un giretto fuori a prender freddo. In realtà la mia proposta era stata di andare su alla croce, ma dato che Giorgio di neuroni ne ha di più è riuscito a convincermi che sarebbe stato solo da suicidio. Va bene allora, andiamo almeno alla dolina, facciamo due passi…metto il naso fuori dal covolo, come un cucciolo di orso bianco lo mette fuori dalla tana per la prima volta…osservo il mondo di fuori, tanto diverso dal luogo da cui vengo e tanto misterioso da volerlo scoprire subito. Arranco un po’a fatica per salire questi scalini gelati e cerco l’irriverente vento che mi salta subito addosso, più che scodinzolare però mordicchia e detta tra noi, rompe un po’ i coglioni. Niente ciaspole ai piedi, si tratta di duecento metri nemmeno. Siamo noi due, in fila indiana, risaliamo una piccola gobba che punta verso quella che secondo noi è la direzione giusta, ma come fare ad esserne certi, è tutto bianco, da qualsiasi parte tu guardi, la neve copiosa, trasportata con insensibilità dal vento, ti fa vedere forse cinque metri attorno a te. Il resto è confusione, fatichi a riconoscere qualche cosa, le nostre uniche certezze in quel momento, sono la direzione e il tempo che stiamo impiegando per raggiungere la nostra meta. Mano a mano che sprofondi nella neve, con difficoltà, ti dici che dovresti essere già arrivato oramai, che non dovrebbe mancare moltissimo, anzi sei quasi sicuro che i passi fatti fino adesso, messi in fila un dietro l’altro, sono sufficienti per coprire la distanza che volevi percorrere, arrivi perfino a pensare che la neve sia riuscita a coprire interamente il buco e che tu sia il favorito del momento per camminarci sopra e riaprirlo. Con questi pensieri un po’ ridicoli nella testa avanziamo fino a vedere davanti a noi un’ombra. Un riferimento finalmente, di sicuro una delle malghe attorno alla Preta, basta riconoscerla ed il gioco è fatto. Il culo ci viene incontro perché quel cumulo di ombra, quel manufatto strappato alle tenebre risulta essere la chiesetta. Ok, sbagliando di qualche grado la direzione da prendere ci siamo allontanati leggermente. Ma adesso, spalle alla chiesetta, noi veniamo da là…perfetto, cento metri in quella direzione e arriviamo. Partiamo con ottimismo, con buona lena è da un po’ che gironzoliamo e il freddo comincia a penetrare i vestiti.
I passi però anche questa volta cominciano ad essere ancora troppi, adesso la paura di scivolare nel ventre di madre terra è più reale, l’orografia della Spluga presa da dietro è a sfavore di chi cerca di riconoscere il punto di non ritorno in tempo, ma, ancora un’ombra, deve essere per forza la malghetta appena sopra, adesso gli arriviamo vicino e tariamo il tiro ancora un po’per arrivare al traliccio, manca poco oramai……quasi corriamo per raggiungerla, ma ci blocchiamo di colpo quando increduli ci ritroviamo davanti al chiesetta di prima.
Un po’ mi sorprendo, molto di più mi scorre un brivido che sa di velata paura, quella che per noi era una linea retta era in realtà un quasi cerchio, cerco di immaginarmi cosa sarebbe successo se la prima volta fossimo passiti appena più distanti da non vedere la chiesetta e ci fossimo diretti verso la torre azzurra….mi giro, guardo Giorgio, allibito quanto me, e decidiamo di tornare al nostro bivacco prima che le impronte spariscano, con questi presupposti non metto più in dubbio la possibilità di perderci e non ritrovare la strada di casa….
Fra una cosa ed un’altra passiamo fuori una oretta buona, quasi non ci credo! Diamo ancora qualche morso a quello che troviamo in giro e sentiamo la voglia di infilarci nei sacchi a pelo, non fa freddissimo, solo -2, ma il giretto turistico fuori ci ha raggelati parecchio.
Che dire della notte, la prossima volta forse è il caso che non mi porti un sacco estivo, magari rischio di non battere i denti per tutto il tempo. Ma quello che mi ha fatto più male, quello che mi ha colpito e segnato dentro è che la merdaccia che avevo vicino, si è crogiolato tutta notte nel suo – 15 confort e la mattina ha avuto pure la sfacciata voglia di dirmi che era quasi riuscito a sudare!!!
Mancanza assoluta, solo quella per fortuna, niente caffè caldo al risveglio, il fornelletto era rimasto in sede per non sto qui a raccontare.
Che altro dire, usciti con l’intento di tornare a casa, ci si è parata davanti una distesa immacolata di candore e di perfezione. Tutto era illibato le nostre precedenti tracce cancellate. La giornata da prima uggiosa si è trasformata nelle ore successive, in una bellissima quanto spettacolare esplosione di sole e di luce. Per la seconda volta in poche ore abbiamo aperto la nostra via e con la più sentita gioia nel cuore siamo ritornati alla macchina, felici, riposati, rinati.

Alessandro M.





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