G.A.M.

Gruppo Amici della Montagna
Verona



14 dicembre 2008 Abisso Lamar

Apro gli occhi, sono le sei e venti, spengo la sveglia che deve ancora suonare, sarà l'eccitazione, sarà la tensione, sarà l'aver mangiato come un maiale la sera prima, sta di fatto che la notte è stata un dormiveglia continuo. Ho accettato la proposta di un amico giorni addietro di andare a fare un giretto, tanto per sgranchire la gambine, all'abisso del Lamar. Ho colto subito con entusiasmo la proposta perchè è una di quelle grotte che non riesci mai a fare e cresce così, man mano dentro di te il desiderio sfrenato di trovare l'occasione per andarci. Ho girato la proposta anche ai membri del gruppo che però non sono riusciti a scansare gli impegni prenatalizi. Gioia e dolore del mio essere,se vogliamo, eternamente entità singola, mi concede il lusso in questi casi di dover chiedere solo a me stesso se mi fa voglia di fare una determinata cosa.
Mi alzo con calma, mi vesto, sistemo le ultime cose nello zaino, spengo la luce della cucina e ne accendo una nel cuore, sono in giornata e ho voglia di godermela proprio tutta.
Fuori trovo una atmosfera che adoro, l'aria pizzica, le stelle nel cielo sono ancora ben visibili, e i rumori silenziosi che senti ti fanno credere di essere l'unica creatura sveglia in un mondo addormentato. Il mostro belva, per chi non lo conoscesse il mio cane, mi viene incontro con il solito affetto che contraddistingue ogni animale...oggi non puoi venire con me, ma vedrai che forse anche domani andiamo a farci un giretto nella neve da ricordare...il luogo collettivo di ritrovo è fuori dal casello di Ala-Avio, le strade piano a piano si riempiono di macchine destinate a obbiettivi diversi, ma mi auguro con la stessa voglia di raggiungerli.
Una volta tutti riuniti, si saluta con una pacca sulla spalla gli amici di sempre e si stringe con gioia la mano di chi vedi per la prima volta. Contati siamo in nove, forse tanti ma non importa. Si ottimizzano le macchine e si parte...destinazione i laghi di lamar.
Parcheggiando non si può fare a meno di notare la bellezza del posto dove siamo capitati. Il rigore invernale fa si che un luogo frequentatissimo d'estate, sia praticamente deserto in questa stagione. Davanti ai miei occhi si trovano le placide acque di un tipico laghetto di montagna, la neve tutt'attorno e la sensazione di leggere sulla superficie del lago la sua indecisione di ghiacciare oppure no. La valle è stretta ed il sole bello e raggiante che ci ha accompagnato fino qui, non se la sente di entrare, è chiaro che ci dovremo cambiare al freddo!
Ma la grotta dov'è? Bene, se guardando il lago con una prospettiva panoramica alzate il tiro, noterete una trentina di metri più in su, una spaccatura insignificante che solo prelude quello a cui da l'accesso.
Gli scarponi affondano nella neve, elemento fondamentale per poter visitare in totale sicurezza la grotta, infatti d'estate si avrebbe il disagio che contraddistingue tutte le grotte d'alta quota, il problema dell'acqua di scioglimento, tradotto si rischia di trovare dentro un inferno bagnato, molto bagnato.
Le infiltrazioni di acqua ci sono anche in questo periodo e se si pensa che sono anche infiltrazioni che giungono dal lago, la grotta ci si sviluppa sotto, l'unico pensiero che passa nella mente è solo uno, figurati se decide di crollare proprio oggi e allagare tutto. Essendo già pronti decidiamo di partire, Damiano ed io, per iniziare ad armare la grotta...il sentiero di avvicinamento è piuttosto complicato, soprattutto nella parte finale, una risalitina di una decina di metri dove però scivolare non è permesso, ma vi assicuro che i presupposti di farlo ci sono tutti, convengo con il mio compagno di viaggio che il ritorno per la stessa via è improponibile e decidiamo di trovare una via di fuga alternativa all'uscita.
Guardo il gelido ed affascinante paesaggio che ho davanti dalla mia postazione particolare, appena all'interno della frattura. Sento già l'apparente alito caldo che proviene dal buchino d'entrata, saluto il mondo esterno con un occhiolino e gli ridò appuntamento a questa sera...Appena dentro si sta decisamente più caldi, si comincia a buttare giù il primo tratto di corda, poca roba, percorriamo in velocità il meandro che parte appena sotto, si vuole cercare di non rallentare troppo la comitiva. Cammino per questo meandro orizzontale di circa duecento metri, me lo gusto, me lo faccio amico, so già che sarà l'unico tratto orizzontale della grotta. Camminando di fretta, quasi correndo, arriviamo al punto più, spregiudicatamente parlando, interessante e accattivante. Quello per cui, almeno io sono qui quest'oggi. Il meandro finisce, le pareti prima vicine, si allontanano fra di loro velocemente, il buio con prepotenza riempie in un attimo gli spazi vuoti, e noi spettatori, affacciati a questa finestra naturale che abbiamo di fronte ammiriamo il pozzo Trieste, pozzo pressochè circolare e profondo circa 170 m.
Un "mè coioni", esplode dentro di me, il bello o il brutto, a seconda dei punti di vista, è che guardando verso il basso riesci ad illuminare solo i pochi metri che il tuo impianto elettrico permette, sapendo però che c'è di più,molto di più. E' con questi pensieri che affrontiamo la discesa, discesa che si rivela lenta in quando non si conosce bene dove cercare i frazionamenti a parete. Dietro la processione è al completo ed è per questo che si decide di mandare avanti qualcuno che già conosca la grotta. Fatto lo scambio di persona, la progressione del pozzo continua, frazionamento dopo frazionamento, metro dopo metro, si arriva alla base di questo, paurosamente enorme pozzo. Ed è qui che buttando l'orecchio verso la prosecuzione della grotta, verso il pozzo Niagara, meta della giornata, si percepisce prima confuso e poi nitido, un rumore poderoso, cupo e impressionante. Subito non capisci bene, ma quando la tua mente arriva ad intuire che quel terrificante e lontano rumore è il suono provocato dall'acqua che cade nel pozzo, il cuore ha un sussulto, gli occhi sgranano e la mente si ferma per un istante. Vi giuro, quasi rapito da un canto di sirene, quasi preso dal desiderio di un subacqueo di raggiungere il blu intenso dell'oceano, non so cosa avrei dato per attaccare la corda ed andare a vedere cosa c'era sotto di noi, volevo con tutto me stesso andare al cospetto di un dio che si manifesta.
Poi per fortuna si torna a ragionare, si capisce che è tardi, che se non si vuole uscire a notte inoltrata è meglio risalire...e così si risale. Rimango per ultimo a disarmare, una volta partito quello prima di me, rimango dei minuti da solo, ad occhi chiusi, e ascolto, lontano, il rumore della natura. Quando è il mio turno comincio a prepararmi, alzo gli occhi e mi si para davanti il pozzo Trieste con tutta la sua impressionante potenza. Le minuscole luci delle persone che lentamente lo risalgono lo illuminano tutto, o meglio ne delimitano il profilo, fino a sopra. Lo spettacolo è sconvolgente, un brivido mi corre lungo il corpo è la stessa via che dovrò percorrere anch'io.
La risalita a parte tutto è piacevole, si scherza con quelli che sono rimasti per darmi una mano, si parla, si ride e ci si aspetta. Non so come sia nelle altre discipline, ma di scuro nella nostra ci si aspetta, sempre.
Una volta sopra rimaniamo in tre, recuperiamo la corda sperando che non si blocchi in qualche fessura, si insacca e si procede verso l'esterno. All'imbocco ci ricompattiamo e seguendo un altro sentiero ritorniamo alle macchine. Sono in pace con me stesso, non sento nemmeno il freddo, ma bevo contento una birra gentilmente offerta.
La serata finisce in pizzeria e mentre da solo, in macchina, me ne ritorno a casa, mi accorgo di essere sereno e con la voglia di chiudere gli occhi, forse è solo stanchezza, ma credo sia anche voglia di tornare a sognare...

Alessandro M.





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