G.A.M.
Gruppo Amici della Montagna
Verona
Un ospite al GAM – Racconto di un'avventura

E' un bel giorno di dicembre, la pianura sempre avvolta in una fitta nebbia ma da una certa altitudine in su, nemmeno tanto, all'improvviso il muro si scioglie in un cielo reso limpido da un sole freddo e splendente.
E' un bel giorno anche perchè è il compleanno della mia nonna, che da lassù sicuramente mi toglierà dai casini in cui riuscirò a cacciarmi. Ci troviamo al bar, tipico punto di partenza per qualsiasi spedizione speleo che si rispetti.
Ci eravamo sentiti io e l'inossidabile Marco Casali, ci eravamo promessi di vederci, quando mi aveva richiamato avevo accettato volentieri di essere ospite del Gruppo degli Amici della Montagna. Chiaramente l'avevo messo al corrente sulle mie carenze tecniche, in parte spiegabili con la relativa inesperienza, sottolineando con una punta di campanilismo, quello sano figlio del senso di appartenenza, che al contrario il glorioso Proteo ha dato prova di sfornare speleo di prima grandezza, come il buon Marco sa e come il buon Marco è.
Alla spicciolata arrivano tutti gli intrepidi e... chi inaspettatamente mi si para davanti? Il grande Giorgio Annichini! Una presentazione seria lo immortalerebbe come uno degli eroi della Preta, per me resta anche quel personaggio con cui, dopo non più di un paio di formali minuti passati a presentarci, ho sganasciato per tutto il tragitto che va dall'uscita alla luce del Rio Rana a Sala Snoopy e ritorno! ... tanto che il grande Marco Frigo era arrivato al punto di diffidarci formalmente dal presentarci ancora in grotta assieme!
Dopo esserci riuniti in un paio di macchine ed essere giunti velocemente in loco, Marco ci guida in un piccolo giro di perlustrazione: in pochi metri sono concentrate addirittura 3 grotte, indipendenti, nella scoperta e nell'esplorazione delle quali molto si deve proprio a lui.
Siamo non lontani da Erbezzo, Valpantena: la nostra destinazione è l'abisso del Portello.
Seguono tutti i preparativi di rito, compresa la mia distesa in mezzo alla strada nel tentativo infine riuscito di assottigliarmi abbastanza da permettere la chiusura del delta. Colpa dell'eccessiva quantità di cene a cui sono costretto, colpa soprattutto del fatto che non ho alcuna intenzione di pentirmene! Con la calma che gli speleo hanno in grotta e, spesso, anche fuori ci avviamo finalmente nella nostra meta. Mi era stato segnalato che l'uscita piuttosto angusta può rappresentare un piccolo problema che va capito ed affrontato al meglio: dal fatto che per me rappresenta un problema già l'entrata, pure favorita dalla gravità, intuisco che sarà una bella avventura...
Come molte altre della Lessinia la cavità, spazio delimitato da una roccia tondeggiante spesso un po' fangosa, si presenta fin dai primi pozzi, invero nessuno dei quali di grande profondità, come una spaccatura con tratti strapiombanti e ripidi scivoli di detriti, relativamente scarsa di meandri orizzontali, caratterizzata da verticalità piuttosto strette dalla forma allungata ed irregolare, senza sale intermedie di dimensioni apprezzabili. Cosa molto interessante è che quasi da subito si biforca in due veri e propri rami indipendenti, ancora non congiunti, che scendono ciascuno per una novantina di metri e dei quali il ramo fossile finisce praticamente sotto l'altro. Questo è al contrario molto umido, maggiormente atto ad instillarmi la pura sensazione della grotta, pur se non si tratta come altrove di un rivolo corrente il cui suono ininterrottamente accompagna imperturbabile lo speleo nel suo viaggio, quanto piuttosto di un gocciolio tenue e perenne che lavora silenziosamente le forme allungate della roccia, già abbellite talvolta da stalattiti ma non ancora di rilevanti dimensioni.

Scendiamo in sei, l'idea invero molto buona è che tre di noi armino una via fino in fondo, risalgano e disarmino l'altra, nel frattempo armata dagli altri tre, cui tocca il percorso inverso. Con me ci sono Marco e Claudio Dalfini, un nuovo amico, uno di quelli che in grotta ti fa sempre sentire bene e con cui è un piacere procedere. Non mi occupo degli armi, nel mio piccolo sono contento di effettuare la discesa fino in fondo senza errori grossolani, il discensore stranamente non si prende gioco di me, i frequenti frazionamenti in qualche modo vengono superati... Molto opportunamente Marco mi farà poi notare che qualche incertezza in più mi si è manifestata in fase di risalita, ma lui non sa, o forse sì, che sono capacissimo di fare molto peggio! Marco stesso però, in compenso, effettuando una manovra chiede alla propria schiena di essere più dura della roccia. Resosi immediatamente conto che così non è, lo sentiamo esclamare: “Non ho più la schiena d'acciaio...”. I puntini sottintendono che l'esclamazione è proseguita nella citazione di qualcos'altro che ritiene di non aver più d'acciaio, ma per pietà passiamo oltre!
Gli altri tre compagni d'avventura sono più veloci, ci raggiungono in fondo alla via in cui ci troviamo e dove ci salutiamo: risalendo dopo di noi, disarmeranno ed usciranno in tempo per godersi metà pomeriggio all'aria aperta, mentre Marco e Claudio facilmente mi convincono a scendere con loro per il disarmo dell'altra via, il ramo fossile, che peraltro percorro con loro estremamente volentieri.
Si tratta di un ramo non dissimile dal primo nella conformazione, caratterizzato però da una breve risalita fra il primo pozzo ed i successivi nonchè, più avanti, da un breve tratto orizzontale, dal soffitto basso e dal fondo irregolare, che lo rendono un po' angusto. In questo punto e nel pozzo seguente è purtroppo assai facile scaricare sassi anche non piccoli sui malcapitati che disgraziatamente si trovano di sotto, magari solo appoggiandosi di schiena alla parete in fase di discesa. Ne sa qualcosa il povero Marco, preso di mira da Claudio e poi soprattutto da me, fortunatamente senza conseguenze se non quella di provocarmi un irrigidimento ed una incapacità di proseguire che mi dura qualche minuto e che i due amici con pazienza e mestiere sciolgono nel nulla.
Una volta sul fondo ci apprestiamo quindi a risalire anche da questo secondo ed ultimo ramo.
Mentre i compagni disarmano ho tempo e modo di scomparire qualche minuto nella più completa oscurità e nel più completo silenzio, come mi capita in ogni grotta e come può capitare solo in grotta.
L'ultimo ostacolo è rappresentato dall'angusto pertugio che costituisce l'uscita, mio punto debole, o più debole, che forse non sono mentalmente pronto ad affrontare bene, nonostante le indicazioni che Marco mi elargisce prima che io salga. La cosa è complicata dal fatto che nel momento in cui ci arrivo non c'è nessuno lì fuori, il che è giusto ma aiuta a farmi sbagliare, cioè a salire troppo senza capire ed a farmi incastrare con la corda di spalle, anzichè davanti, nel punto più stretto del passaggio, anzichè sfruttando al meglio lo spazio che c'è e che è sufficiente. Ma si tratta di un momento, l'uscita poi avviene piuttosto velocemente con l'aiuto psicologico e tecnico di Claudio.

Sono fuori, la giornata è ancora bella come lo è sempre stata ma ora è diversa, è resa bella dal tipico stellato invernale che mi presenta in fronte le pleiadi ed il maestoso orione, che avevano costituito la mia prima immagine in uscita da una grotta per l'ultima volta un anno fa, al momento di emergere dall'abisso del Paradiso.
Dirà poi qualcuno che la mia salvezza è basata sul fatto che in fondo al pozzo si trova ancora Marco, quindi devo essere forzatamente stappato, altrimenti senz'altro verrei semplicemente coperto con un telo in attesa del sole l'indomani, nella sicurezza che di sicuro non riuscirei a scappare!
Sale infine Marco, il quale esce con una naturalezza, senza soluzione di continuità nei movimenti tranquilli ed adeguati, che suscitano la mia sincera ammirazione. Non mi resta che offrirgli la cioccolata che mi ero portato da casa e che lui accetta con piacere e con appetito! Ciascuno ha sempre qualcosa da offrire agli altri...
Vicenza, dicembre 2008
Andrea Barbierato