G.A.M.
Gruppo Amici della Montagna
Verona
22-23 Novembre 2008 Bivacco Fraccaroli
Sono passati ormai più di 3 mesi da quella notte passata, non so perché, al bivacco del rifugio Fraccaroli e solo ora mi decido a raccontarne gli eventi, quasi avessi voluto custodirla gelosamente nel mio cuore come le immagini ad essa legate tanto che non abbiamo fatto nemmeno fotografie.
Siamo a fine novembre di un anno dedicato alla spluga della preta. Il programma è di tornare giù con Francesco e con Andrea. C’è una manovra del soccorso in programma per montare il ragno. Sono d’accordo di arrivare su sul far del mezzogiorno, a manovra finita, per poi scendere e andare a fare delle risalite verso sala Boegan. In completo relax imbocco la strada che porta alle malghe, la voglia di affrontare il 131 è sempre la solita…meno di zero. Appena imboccata la strada incrocio le macchine degli amici del soccorso che scendono.. bene sono arrivato giusto giusto mi dico…finchè dopo pochi istanti, con grande stupore incrocio anche andrea…si proprio l’andrea che doveva venire in preta con me. Ci sono stati dei problemi, la manovra non si è svolta e si torna in paese a Fosse, al bar ombra, a bere un caffè. Mi spiegano bene cosa è successo. In pratica, il ragno stava chiuso in malga e qualcuno ha cambiato il lucchetto. Ale mi chiede se vado sul carega con lui e il cane, ci penso, fuori c’è un freddo bestiale, sono le 2 del pomeriggio e il termometro fa -3, il cielo è stupendo, limpidissimo. Penso al freddo che ci può essere alle 3 di notte quando usciamo, non c’è la malga dove trovare un caldo ristoro, dobbiamo tirar su le corde, sarò sudato….ma chi ce lo fa fare!!
Così decido: sotto l’influenza di “Pacco Pacco” o “Pacco Periodico” (così chiamo Ale per via dei notevoli bidoni che ho subito da lui nel corso del tempo) riesco anche a convincere un titubante Francesco ad abbandonare l’idea. Loro vanno al Perloch mentre io torno a casa in attesa della sera: cena a Giazza e poi su al Fraccaroli.
Passo a prelevare Alessandro a casa, Jago, la belva, non viene.. ha deciso, per bocca del suo padrone che fa troppo freddo ... invece noi esseri furbi, dotati di intelligenza superiore a qualsiasi altro animale andiamo su lo stesso. Prevediamo un -20°C ma poco importa, ormai la cosa è decisa e si fa..nulla ci può più fermare. Un paio di amici (albert e la sabrina) vengono a cena con noi…quasi volessero accompagnarci all’ultimo pasto, o a convincerci a desistere. Poco dopo le dieci di sera siamo a Revolto, pronti per incamminarci nella nostra avventura, in compagnia di un Amico e in cerca di un esperienza forte, da raccontare ai posteri.
Revolto è già chiuso, non c’è nessuno. Le stelle hanno occupato da tempo il posto loro assegnato in un epoca a noi sconosciuta. Si vantano fra loro su quale sia la più bella, la più luminosa e la più ammirata. Ci incamminiamo nel bosco, i primi passi sono tremendi, l’aria fredda che entra dall’esofago sembra bloccare la digestione. La cena, seppur ottima, non è stata delle più leggere. Tutti e due ci sentiamo appesantiti. Una gelida brezza ci sferza il volto. Cerchiamo di arrivare veloci al Pertica sperando di trovarlo aperto per buttar giù qualcosa di caldo, un the. Purtroppo il fato , la sorte il destino, chiamatelo come volete non è con noi…anzi si fa beffardo allorchè, giunti all’ultima scorciatoia, sentiamo il generatore del rifugio esalare l’ultimo respiro, qualcuno l’ha spento. D’ora in poi siamo soli: noi con le montagne e le stelle che sembrano guardarci, sussurrare fra loro “ma chi sono quei due pirla?” e sorridere prendendosi gioco di noi. Camminiamo veloci soprattutto per vincere il freddo (siamo sui -7) al quale però ci stiamo già abituando. Il cibo sembra digerito o comunque non da più quel senso di pesantezza di qualche minuto prima.
Fortunatamente siamo quasi sempre riparati dal vento…ma bastano pochi istanti esposti al vento che subito ora le mani, ora piedi, sembrano essere posseduti dal freddo.
Passo dopo passo arriviamo al canalone della teleferica, l’ultimo sforzo e la meta è raggiunta. È da poco passata la mezzanotte che siamo alla base dell’ultima erta che conduce al rifugio. L’obiettivo è celato dall’oscurità. Effettivamente non siamo ancora consapevoli del punto in cui ci troviamo a calpestare la neve che intanto ha iniziato a comparire sotto i nostri scarponi. L’unica certezza è che il terreno si sta facendo ripido. Ormai dovremmo esserci.
Nel frattempo un gelido vento soffia forte giù dal canalone, affatica in nostro respiro. Il termometro segna -11. Poco dopo siamo di fronte al rifugio, il vento, aiutato dalla neve gelida e dura, sembra voglia impedirci di giungere al bivacco, a fatica stiamo in piedi, le stelle invece tifano per noi e ci sostengono.
Entriamo al bivacco, le porte e le finestre del locale ci accolgono ricoperte di un sottile strato di ghiaccio. Ci togliamo gli indumenti sudati e ne indossiamo di asciutti, ci corichiamo nel saccopelo e ci addormentiamo.
La mattina, prima delle 7 siamo già pronti a tornare a valle, il sole sta sorgendo, sta cercando di farsi spazio fra le montagne. Il cielo è sempre terso. A ricordo della notte appena passata ci sono ancora il forte vento che ha accompagnato gli ultimi nostri passi e il freddo pungente.
Non so ancora dire che senso abbia vivere una esperienza del genere. Di sicuro rappresenta una pagina in più nel libro dei più piacevoli ricordi.
Giorgio A.